L’ultimo alitaliano vincente

Roma. C’era un tempo in cui i bilanci di Alitalia erano in attivo e i pretendenti stranieri facevano la fila per convolare a nozze con “la belle italienne”. C’era un tempo in cui Alitalia stava per assorbire Klm e poteva diventare quel che è oggi Air France. E c’era un manager che stava per compiere il miracolo: Domenico Cempella.
23 APR 08
Ultimo aggiornamento: 21:52 | 14 AGO 20
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Roma. C’era un tempo in cui i bilanci di Alitalia erano in attivo e i pretendenti stranieri facevano la fila per convolare a nozze con “la belle italienne”. C’era un tempo in cui Alitalia stava per assorbire Klm e poteva diventare quel che è oggi Air France. E c’era un manager che stava per compiere il miracolo: Domenico Cempella, entrato in azienda con i pantaloni corti e nominato amministratore delegato nel 1996, con la missione impossibile di risanare la compagnia di bandiera. Oggi in molti lo rimpiangono. Giovanni Minoli ha riconosciuto i suoi meriti un paio di settimane fa in una puntata de “La storia siamo noi”. A vederlo da vicino è un cordiale ma inconsolabile grumo di amarezza: “Con Klm potevamo diventare davvero un grande gruppo internazionale – è ancora convinto – Le due compagnie erano perfettamente complementari. E a Malpensa sarebbe nato davvero un hub europeo”. Sprecata quell’occasione, Alitalia non si è più ripresa. Quando è entrata in scena, Air France aveva già comperato Klm e la compagnia italiana era ormai la terza ruota del carro. Cempella sostiene pubblicamente che ai francesi non c’erano più alternative, ma non nasconde che si trattava di un ripiego. Chi ha ucciso, allora, la grande illusione? Come “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie, il colpo fatale non è stato inferto da una sola mano. Ma quando è morta, si sa, la data è certa: il 14 dicembre 1999. Allora, una telefonata di Tiziano Treu, ministro dei Trasporti nel governo D’Alema, informò l’amministratore delegato che il giorno dopo il traffico aeronautico non sarebbe più stato dirottato da Linate a Malpensa, come pattuito nella joint venture con gli olandesi. A quel punto, Klm capì che il governo italiano non era affidabile, non lo era più l’Alitalia, non lo era il paese nel suo complesso. Cempella smentisce, come ha fatto in tv, alcuni luoghi comuni. A cominciare da Malpensa. Il suo nemico principale non è Fiumicino, ma Linate. Assieme ad altri nemici, più piccoli, ma non meno insidiosi: il pulviscolo di aeroporti locali fioriti nel nord, e in particolare a est di Milano, in tutti gli anni in cui il progetto per il grande hub settentrionale muoveva a fatica i suoi passi. La localizzazione vicino a Varese di un grande aeroporto integrato con il cuore dell’Europa si deve a Mussolini. Poi venne ripreso negli anni Sessanta. A metà anni Novanta, sembrava in dirittura d’arrivo pur tra mille ostacoli: le proteste dei comuni brianzoli, le agitazioni dei sindacati che temono di perdere i privilegi romani, l’Unione europea dove in molti boicottavano il progetto, spinti dalle proprie compagnie di bandiera. La British Airways arrivò a indire una conferenza stampa per mostrare quanto fosse bizzarra l’idea di Malpensa.
Non aveva tutti i torti, perché mancavano quei collegamenti rapidi con il territorio che trasformano uno scalo in un hub. L’Italia dimostrava ancora una volta di non essere in grado di lavorare in modo sistemico. Tuttavia c’era qualcuno in Europa disposto a scommetterci: Klm, che non aveva la massa critica per sopravvivere. Ma la condizione era scegliere Malpensa e lasciare Linate. Il sindaco Gabriele Albertini si oppose: voleva il suo “city airport”. Dieci anni dopo, l’aeroporto resta ancora una tragica incompiuta. Intanto l’Alitalia è agli sgoccioli. A questo punto, manca non solo chi ci mette i soldi, ma il prodotto e soprattutto quella rete internazionale senza la quale non si può più volare. Lufthansa? Si è ritirata anzitempo perché aveva paura di inoltrarsi nella giungla dei veti. Aeroflot? “Andremo tutti in Siberia”, ironizzano amari alla Magliana: non ha né gli aerei né le linee per riempire Malpensa, tanto meno per integrare Alitalia. Secondo Tommaso Padoa-Schioppa, azionista ancora per pochi giorni, si chiude “un necessario passo in un tentativo di salvataggio, più volte fallito in passato”. La perdita è grande e non si tratta solo di campanilismo: una compagnia aerea con i suoi aeroporti mette in moto in media un indotto quattro volte superiore al suo fatturato. Ma l’occasione è perduta per sempre. E il tempo di Cempella non tornerà più.